IL SISTEMA BOLOGNESE (AA.VV.)
In questo ambito riteniamo il sistema di suono Bolognese come il più complesso e plurisfaccettato in assoluto.
Il sistema di suono bolognese è nato nella città di Bologna nel secolo XVI, e si è diffuso in buona parte dell’Emilia. E’ un sistema a rotazione completa, poiché le campane, durante le concertazioni solenni, sono suonate con diverse tecniche la cui maggior parte comprende anche rotazioni di 360°.
Montaggio della campana "a sistema bolognese"(Clicca sull'immagine per ingrandirla).
Sistema di montaggio
L’armamento richiama, nelle sue caratteristiche essenziali, quello a slancio. La campana, in genere, rimane del tutto esterna al ceppo e alla linea ideale di congiungimento dei perni di rotazione. Il ceppo, solitamente in legno, è piuttosto leggero, con un peso pari a circa 1/9 di quello della campana e una geometria definita da misure standard; il movimento di oscillazione è molto veloce. Sopra il ceppo vi è una tavola orizzontale, leggermente distanziata, che protegge la bulloneria ed evita che la corda si impigli nelle viti durante la rotazione. Sul fianco del ceppo vi è la capretta, una struttura in legno di forma triangolare (ben visibile a dx nel disegno) per mezzo del quale il campanaro manovra la campana costituita da due aste che scendono dal ceppo divergendo tra loro e collegate all'estremità inferiore, dalla stanga (il tratto orizzontale), alla quale è fissata la fune di manovra.
Il battaglio è del tipo volante, poiché colpisce il bronzo nel bordo superiore, ma qui, a differenza dello slancio tradizionale, il peduncolo è poco pronunciato per una migliore resa nel suono a rotazione e per meglio adattarsi alle esigenze dei suonatori, come vedremo più avanti. Tuttavia, un battaglio a slancio così alleggerito non consentirebbe il suono di tipo ordinario ad oscillazioni basse; per ovviare a questo inconveniente viene applicato un peso in legno al peduncolo tramite uno spinotto passante (vedi foto), che viene tolto dai suonatori in occasione dei concerti solenni.
L'incastellatura e i ceppi bolognesi per antonomasia sono in legno.
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Zona di diffusione
Si suona alla bolognese nelle diocesi di Bologna (centro e provincia), Imola e in misura minore a Faenza.
Anche i modensei suonano con una tecnica del tutto analoga a quella bolognese.
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Intonazione dei concerti alla bolognesi
Il tipico concerto alla bolognese è composto da sole 4 campane. Tuttavia si riscontrano esempi di concerti a 5 o molto più raramente a 6 bronzi che laddove presenti possono anche venire utilizzati escludendo una o due campane. La tradizione applicata a questi due ultimi tipi di concerti deriva comunque da un numero tipico di 4 bronzi chiamati dalla piccola alla grossa come segue: piccola, mezzanella, mezzana, grossa.
---I QUARTI---
Per quanto riguarda l'intonazione dei concerti a quattro campane, i cosidetti quarti (quèrt), si parte sempre considerando il terzo (tèrz) cioè un concerto di 3 campane distanti un solo tono l'una dall'altra (esempio: DO RE MI).
Concerto di Sesta - aggiungendo al
terzo DO RE MI una grossa più grave di due toni e mezzo SOL grave si ottiene un concerto di sesta (così chiamato perchè tra la grossa SOL e la piccola MI vi è un intervallo di Sesta). Questo quarto produce un effetto solenne.
Esempi:
Cattedrale di S.Pietro in Bologna(SI2 MI3 FA#3 SOL#3)
S.Petronio in Bologna (MIb3 LAb3 SIb3 DO4).
Quarto Maggiore -
aggiungendo al terzo DO RE MI una piccola più acuta di un tono e mezzo cioè SOL si ottiene il quarto in assoluto più diffuso cioè quello maggiore (al mazzaur) con effetto sereno e festoso.
Esempi:
S.S. Bartolomeo e Gaetano in Bologna
Moltissimi campanili della provincia in cui questo tipo è estremamente diffuso.
Quarto Minore - aggiungendo al terzo DO RE MI una grossa più grave di un tono e mezzo cioè LA grave si ottiene il quarto minore (al minàur) con effetto malinconico.
Esempi:
S.Giacomo Maggiore in Bologna.
Tritono - aggiungendo al terzo DO RE MI una piccola distante ancora un tono FA# avremo quattro campane ancora distanti un tono l'una dall'altra, formando l'intonazione chiamata in dialetto grèd (=grado) o quello che nella trattatistica musicale antica viene chiamato tritono o diabulus in musica; si tratta di un intervallo di quarta aumentata dissonante.
Esempi:
S.S. Vitale e Agricola.
---I QUINTI---
Quinto (propriamente detto) - è un concerto maggiore (DO RE MI SOL) a cui viene aggiunto un FA (chiamato quarta), ottenendo le prime 5 note di una scala diatonica (DO RE MI FA SOL).
Esempi:
S.Maria della Quaderna in Ozzano Emilia
S.Giovanni Battista in Casalecchio Di Reno (BO)
Quinto composto (sesta + maggiore) - si ottiene prendendo un concerto di sesta (SOL DO RE MI) al quale viene aggiunta una piccola un' ottava più alta della grossa che chiameremo piccola del maggiore (ottenendo SOL DO RE MI SOL). In questo concerto è frequente assistere
a esecuzioni che vedono l'utilizzo delle sole 4 grosse (SOL DO RE MI) che formano ancora il concerto di sesta, oppure delle sole 4 piccole (DO RE MI SOL) che formano un quarto maggiore.
Esempi:
Santuario della Madonna di S. Luca in Bologna.
Duomo di Ferrara.
Quinto composto (minore + maggiore)- aggiungendo al concerto minore (LA DO RE MI) una piccola distante sempre un tono e mezzo dalla piccola presistente (ottenendo LA DO RE MI SOL) si ha il presente concerto minore, oppure escludendo la grossa e utilizzando le altre più "la nuova piccola" (chiamata ancora piccola del maggiore), un concerto maggiore.
Esempi:
S.Giacomo Maggiore in Bologna
S.Bartolomeo in Musiano (BO)
S.Martino in Tignano di Sasso Marconi (BO).
---I SESTI---
Per quanto riguarda i concerti a sei campane, i sesti, ce ne sono di due tipi:
- il primo tipo è quello che vede un quinto (DO RE MI FA SOL) con una grossa aggiunta più grave di un tono e mezzo (LAgrave).
Esempi:
S. Martino in Casalecchio sul Reno (BO).
- il secondo è un sesto propriamente detto cioè un concerto di sei campane in scala diatonica DO RE MI FA SOL LA.
Esempi:
Parrocchia di S.Agnese in Modena.
SINGOLARITA'
Ci sono alcune eccezioni come per esempio il quinto di S.Biagio a Cento (FE) dove l'intonazione risulta del tipo DO RE MI FA# SOL, cioè un quinto propriamente detto ma con una quarta che invece di essere "giusta" è "aumentata"(si tratta in sostanza di un tritono ma con l'aggiunta di una quinta camapana). Altra eccezione è l'unico esempio di quarto formato da quattro campane in scala (del tipo DO RE MI FA) sul campanile della Collegiata di Pieve di Cento.
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Le tecniche
Campane a rotazione completa: l'esecuzione si chiama Doppio (eseguito con diverse tecniche)
Campane a rotazione non completa: tirabasse
Campane ferme: scampanìo
Campane a rotazione alternate con altre a scampanìo: suonate miste
La tecnica più antica per il suono a rotazione completa, cioè il doppio (risalente alla seconda metà del XVI secolo), consiste nel suono da sopra (da saupra) detto a trave (che nonostante il più elevato livello di spettacolarità e il maggior coraggio richiesto è in realtà più semplice). I travaroli, così chiamati perchè stanno in piedi sopra le travi del castello ligneo, accompagnano la rotazione completa del bronzo agendo sulla stanga all'inizio e alla fine di ogni rotazione (cioè quando la campana "in bocca" inizia a cadere da una parte e quando risale dall'altra).
Foto storica della cella del campanile della Basilica di S.Petronio con le campane puntellate.
Questo campanile è considerato "la culla" di questo sistema di suono.
Il suono a trave nella sua versione più antica prevede che le campane vengano portate in piedi (in bocca, cioè con la bocca verso l'alto) con il battaglio legato (alla muta), una volta in piedi le si puntella per slegare il battaglio e tolti i puntelli si inizia a suonare effettuando solo rotazioni complete di ritmo uniforme e nell'ordine del pezzo che si deve eseguire. In alcuni concerti in cui l'esecuzione a trave è l'unica ad essere praticata si lasciano la campana maggiore o più raramente tutte le campane sempre puntellate, così che non vi è bisogno di fare gran fatica per alzarle al successivo servizio liturgico.
Scappata del concerto di sesta del Duomo di Ferrara. Particolare dei calciatori che muovono la campana maggiore denominata "Giorgione" nota Do3 e peso 24,26 q.li fusa da Giovanbattista Censori nel 1607.
Particolari figure appartenenti alla schiera dei travaroli sono i cosidetti calciatori (foto sopra) cioè dei travaroli che si ancorano con le mani ad alcune funi che pendono dal soffitto e con i piedi spingono sul ceppo quando già la campana è a 180° complessivi di oscillazione per aiutarla ad andare in piedi in un minore lasso di tempo (sono indispensabili solo per la scappata di campane molto grandi).
Nell'800 la tradizione vira verso lo sviluppo della tecnica del suono a cappio (a ciap), più impegnativa, con i suonatori che manovrano i bronzi tramite un pezzo di corda, il ciappo ( al ciap) fissato alla capretta. Per quel che riguardo il suono a cappio vi possono essere un suonatore, o meglio un ciappo per ciascun bronzo oppure oltre un certo peso (6 o 7 q.li in genere) un ciappetto che manovra la campana dalla parte opposta con una corda fissata all'altra estremità della stanga e viene in aiuto al ciappo come un servo-freno.
In molti concerti i travaroli (laddove la struttura lignea ne consente l'esercizio) vanno in ausilio ai ciappi spesso per la o le campane maggiori accogliendole quando terminata la scappata i bronzi vanno i piedi. Oppure più raramente (per campane di grandi dimensioni) nelle suonate a trave capita che ci sia bisogno di ciappi che forniscano il solo ausilio nel tirare per non far perdere ampiezza di oscillazione (2 per parte e quindi 4 in totale sia per la grossa di S.Pietro in Bologna che per la grossa del Duomo di Ferrara).
I doppi, sono costituiti da tre fasi: la scappata, il pezzo in piedi, e la calata.
La scappata è la fase in cui le campane vengono messe in movimento con oscillazioni progressivamente più ampie, fino a che tutte si trovino con la bocca verso l'alto. Durante la scappata i rintocchi devono produrre una sequenza ripetuta (di cui si parlerà meglio nella parte inerente ai pezzi) e perfettamente sincronizzata, ed è fondamentale che tale sincronia di movimento venga ricercata ancora prima di produrre i rintocchi, attraverso l’oscillazione bassa e silenziosa dei bronzi che vengono così "messi in segno" dai campanari che si regolano visivamente. Il battaglio, durante questa fase, viene mantenuto coincidente con l'asse verticale della campana da ogni campanaro che ne regola il moto con la mano sinistra. Tocca ai suonatori, quando decidono di iniziare il suono, spingere con le mani i battagli contro le pareti bronzee, e continuare a farlo finché l’inerzia non consenta ai battagli stessi di farcela da soli.
La scappata, solitamente costituita da una serie medesima (o meglio ben ordinata e programmata) di rintocchi, è caratterizzata da suoni dapprima molto ravvicinati che si vanno via via distanziando lasciando presagire l'oscillazione sempre più ampia che lascia passare sempre più tempo tra un rintocco e l'altro, in altre parole più le campane raggiungono una quota elevata più i rintocchi si distanziano. La parte "sonora" per così dire della scappata, laddove con questa manovra intendiamo un operazione che ha inizio sin dal solo movimento dei bronzi è sempre preceduta dalla buttata cioè una sequenza di 4 suoni nello stesso ordine della scappata che anticipano di un istante quest'ultima.
Il pezzo in piedi avviene tramite giri completi di 360° delle campane, alternativamente nei due sensi di rotazione e con l’emissione di singoli squilli. Il brano musicale è articolato su una matrice di partenza, conosciuta a memoria dai suonatori, e successive elaborazioni numeriche storicamente codificate nei repertori. Il numero di note musicali a disposizione è limitato, tuttavia le suonate risultano singolari per resa e vivacità, grazie alla rapidità di movimento e alla ravvicinatezza dei rintocchi.
Quando la campana va in piedi provenendo dalla parte del suonatore nel momento di arresto con la bocca verso l'alto la corda passa sopra la bocca (posizione di bocca, vedi foto), mentre nella situazione opposta la corda passa sotto al ceppo (posizione di mezzòlo, vedi foto); un piccolo laccio alternativamente si forma e si scioglie ad ogni rotazione, poiché la lunghezza di fune che avanza non è la stessa nelle due posizioni. Dalla scappata, momento di grande sforzo in cui i campanari si affrettano a portare in piedi le campane seppur con regolarità musicale, al pezzo in piedi, la posizione di ogni suonatore cambia; in quest'ultima fase della concertazione il campanaro conduce la sua campana da un punto ben precisa situato leggermente a sinistra (ponendoci nella sua soggettiva) sotto una trave obliqua (spesso rivestita) chiamata spalliera ( vedi foto) che offre supporto psicologico e fisico per evitare eventuali scossoni e trascinamenti che il bronzo in rotazione con elevata velocità, può comportare.
Nella calata, infine, le campane vengono fermate rispettando la medesima sequenza sincronizzata della scappata, e i rintocchi benchè nello stesso ordine si ravvicinano sempre di più finchè i campanari con criterio e metodo bloccano di nuovo i battagli delle campane in fase di rallentamento per riportarle nella posizione di inerzia. La fine del suono è subito seguita dalla buttata rappresentata da 4 suoni nello stesso ordine di quelli che si possono sentire nella calata.
Le tre fasi del doppio non sono separate tra loro da una pausa ma si susseguono, gli ordini per l'inizio di ogni fase vengono dati con un vigoroso battito di piedi sul pavimento ligneo della cella campanaria da uno dei suonatori (spesso colui che si trova alla piccola a o alla mezzana). Nei concerti particolarmente grandi in celle campanarie altrettanto sovradimensionate si utilizza il fischietto.
In una particolare zona al confine con la provincia di Ferrara, (Cento in particolare) è radicata una tradizione che prevede l'arricchimento del suono a trave (con ritmo lento) con le cosiddette ribattute. Si tratta di rintocchi eseguiti a mano per mezzo del battaglio dai travaroli in alternanza con le rotazioni delle altre campane secondo l'ordine previsto. L'effetto è molto piacevole data la presenza e l'assenza negli uni e negli altri suoni dell'effetto doppler, e l'apparente aumento della complessità del brano che diviene senz'altro ritmicamente più incalzante.
Una diversa tecnica di esecuzione è richiesta dalle tirabasse, in cui le campane vengono mantenute in leggera oscillazione (nell'intorno dei 180° complessivi), ed i suonatori eseguono pezzi che con questa tecnica risultano in sequenze musicali di ritmo ancora più intenso rispetto alla suonata a doppio. La sequenza voluta (ovvero il pezzo) viene eseguita, manovrando l'ampiezza d'oscillazione e/o agendo sul battaglio con la mano sinistra. Le tirabasse sono forse la tecnica bolognese più originale e allo stesso tempo più complicata che necessita di senso ritmico colpo d'occhio e grande capacità di cordinazione. Il risultato musicale è totalmente singolare: una serie di vivaci raffiche di rintocchi molto ravvicinati tra loro con molto effetto doppler, simile ad un carillon che fluttua nell'aria.
Lo scampanio (o sunèr da festa) è una tecnica a campane ferme che vede il campanaro comandare i singoli battagli
tramite funi agganciate a mani e piedi. Il repertorio dello scampanio il cui pezzo più classico è rappresentato dalla Martellata di Chiesa, è generalmente soggetto a variazioni e improvvisazioni sul tema. (vedi foto sotto)
Scampanio in S.Petronio eseguito da uno dei campanari leggendari dell'arte campanaria Bolognese.
La grossa di cui si vede solo il ceppo è puntellata con la bocca verso l'alto
Anche in questo sistema di suono non mancano concertazioni, miste, cioè esecuzioni che prevedono la rotazione di una o più campane che emettono così dei suoni intervallati dallo scampanio delle altre ferme (come si dice in gergo suonate a staffa).
"Lo Squinquino" e "La Romana" sono due suonate (differenti per minore e maggiore liberta di esecuzione) in cui solo la grossa compie delle rotazioni e le altre sono suonate a staffa, mentre "La Bolognese" vede grossa e mezzanella roteare e le altre due suonate a scampanio. La connotazione ludico-sportiva verso cui la tradizione si è incamminata nel corso del ‘900 ha praticamente spazzato via dall’interesse generale le tecniche miste.
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Il repertorio
Il sistema di costruzioni dei pezzi è basato su una serie di permutazioni e sostituzioni di numeri (cioè suoni) da matrici numeriche di base. Questo perchè le campane sono numerate con numeri da 1 a 4 partendo dalla piccola per finire alla grossa, oppure identificate con delle sillabe onomatopeiche. In ogni caso i pezzi sono imparati a memoria e consistono nella ripetizione seppur combinata di un numero assai ristretto di suoni (4, e più raramente 5 o 6) non lasciano intuire la logica matematica su cui sono costruiti.
| 1 |
DIN |
piccola |
| 2 |
DEN |
mezzanella |
| 3 |
DAN |
mezzana |
| 4 |
DON |
grossa |
L'unità su cui si basa la costruzione dei pezzi sono le mezze. Una mezza è un susseguirsi di 4 suoni diversi tra loro, una mezza può essere 1234, un'altra può essere 2314, un'altra 4213, oppure 4132 e così via.
Matematicamente la quantità delle combinazioni che si possono ottenere mescolando 4 elementi senza ripetizioni (all'interno di ciascuna "quaterna"), è pari a "4 fattoriale" che si scrive così: 4!. Vuol dire: 4x3x2x1 e cioè 24.
Di queste 24 mezze,sei terminano con l'1,sei terminano con il 2, 6 terminano con il 3 e 6 terminano con il 4.
Nella stragrande maggioranza dei casi sono proprio queste ultime 6 (cioè quelle in cui il 4 ovvero la grossa suona per ultima) ad esserci utili. Ogni raggruppamento di 6 mezze è chiamato pezzo identificato col nome dalla campana che suona per ultima; si parlerà in questo caso delle mezze di grossa. Ognuna di queste 6 mezze ha un nome.
1234 |
organo |
1324 |
quarto |
2134 |
dendin o deldin |
2314 |
dendan o deldan |
3124 |
dandin o S.Pietro |
3214 |
Certosa o Rovescio |
Le possibilità di disposizione delle 6 Mezze, cioè i Pezzi, sono teoricamente 720 (fattoriale di 6) ma nelle esecuzioni, se ne utilizzano principalmente 3, che assumono nomi tipici
Mezze dei Pezzi di Grossa
in Scala |
Mezze dei Pezzi di Grossa
in San Pietro |
Mezze dei Pezzi di Grossa
in Certosa |
1324 |
1324 |
1324 |
1234 |
3124 |
3214 |
2134 |
1234 |
2134 |
2314 |
2314 |
1234 |
3124 |
3214 |
2314 |
3214 |
2134 |
3124 |
Questi gruppi di sei mezze l'una (tre fatta mezze) sono nient'altro che la matrice di base (18 mezze in totale) che necessita di essere imparata a memoria. Su questa matrice o meglio su ognuna delle mezze che la compongono andiamo ad effettuare una permutazione (campetto) ovvero una sostituzione dell'ordine numerico (per ogni mezza adottiamo lo stesso criterio); ogni pezzo è differente dall'altro per la differente modalità di sostituzione.
Esempi:
12 Vecchie in scala
Si chiamano 12 perchè se ne ricavano 2 da ognuna delle 6 mezze (in questo caso le mezze di scala). Si ottengono facendo seguire la mezza "originale" con un campetto in cui la terza campana in ordine di suono è sostituita dalla prima.
Quindi:
la mezza 1324 genera 1314
la mezza 1234 genera 1214 e così via.
24 di S.Bartolomeo
Si chiamano 24 perchè se ne ricavano 4 da ognuna delle 6 mezze.
Quindi il primo campetto è costituito dalla mezza 1324 (quarto) e da 1314 – 1232 - 1434 (quelle derivate)
Il secondo campetto è costituito da 1234 (organo) e da – 1214 – 1323 – 1434 (quelle derivate)
Alcuni pezzi sono concepiti e suonati prevalentemente con la tecnica delle tirabasse.
E' il caso delle 10 di Monzuno (composte a Monzuno negli anni '20 del 1800 da Ludovico Paganelli).
Ogni campetto è preceduto dalla buttata (cioè una sequenza di 4 suoni secondo la mezza da cui deriva il campetto
che seguirà immediatamente).
Il primo campetto è così costituito: buttata in quarto (1324) istante di pausa - 1324 – 1234 – 1324 – 1234 – 1243 - 1234 - 1243 - 1423 – 4123
Ci sembra opportuno piuttosto che citare altri esempi fermarci a riflettere sull'elevato contenuto numerico e logico che non trova similitudini in nessun altro sistema di suono. Ci si può addentrare molto di più nello specifico considerando che queste sono solo le basi!
Nelle concertazioni ci sono alcune usanze frequentissime come ad esempio, 4 mezze d'organo tra la fine della scappata e l'inizio del pezzo in piedi oppure ancora più tipiche sono la scappata e la calata in quarto (che lasciano spesso nell'ascoltatore neofita un' imprinting melodico tipico, magari facendo passare in secondo piano tutto il pezzo in piedi). Poi, in sostituzione ai momenti musicalmente più tipici non mancano in contesti particolari (competizioni), varianti anche molto tecniche dettate dal desiderio di agonismo e dalla voglia di complicazione basata sulla povertà di elementi, che questa tradizione ha come filo conduttore.
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I campanili Bolognesi.
Il suono alla bolognese necessita molto di più che in altri sistemi di suono di precisi e specifici equipaggiamenti tecnici pertanto non è solo l'interno della cella a presentarsi in un modo e ad avere determinate caratteristiche (travature lignee spesso antiche con una determinata disposizione dei bronzi) ma anche l'esterno del campanile (finestroni chiusi da persiane).
Le campane Bolognesi sono montate totalmente "esterne" ai ceppi che non presentano affatto contrappesi, questo fa si che sebbene le dimensioni dei bronzi non siano molto elevate (specie se in confronto con il sistema ambrosiano e il sistema veronese), l' elevata velocità di rotazione, è comunque in grado di esercitare una trazione sulle pareti e far sussultare il campanile generando degli scossoni più o meno regolari sulla torre creando un effetto che va sotto il nome di onda.
Solo nel sistema bolognese si riscontra infatti la particolarità del trasferimento di molti concerti, da campanili spesso pericolanti e non più capaci di sopportare oscillazioni a celle situate al piano terra.
Per una seria di fattori (disposizione numero e dimensioni dei bronzi) l'onda, di effetto simile al terremoto fa sussultare il campanile in diversi modi e con una differente ampiezza. L'onda viene percepita con grande stupore da chi assiste per le prime volte da vicino a questo tipo di concerti, mentre i suonatori che sanno bene come domarla durante la concertazione non se ne rendono conto più di tanto. Il movimento ondulatorio può creare delle difficoltà nel suono a trave o nelle scappate per quanto riguarda il portare o il mantere le campane in bocca e può provocarne la ricaduta in caso di discordanza ritmica tra l'onda stessa e il tempo del pezzo.
L'onda comporta anche una serie di altri inconvenienti che hanno dato vita a strategie per essere evitati.
Ad esempio esiste un modo diverso per scappare (effettuare la scappata) nelle differenti tipologie di concerti che comportano non solo una differenza tra gli intervalli musicali ma anche una differenza di rapporti reciproci tra le dimensioni dei bronzi. Vi capiterà molto frequentemente di vedere in una scappata di un concerto di sesta che mentre le 3 piccole compiono già rotazioni molto ampie la grossa è ancora quasi ferma, e solo molto dopo viene alzata. Questo come altri segreti fanno parte di un modo di suonare che è molto viscerale e corporeo e che custodisce nei campanari molti tecniche e microstrategie aquisite e perfezionate nel tempo, talmente sottili e pratiche da non poter essere più spiegate in un testo scritto.
La disposizione dei bronzi varia a volte seconde le dimensioni del concerto altre volte secondo le dimensioni della cella. Tipicamente nei concerti non molto grandi si hanno 4 campane in fila (di solito partendo da uno degli estremi esterni piccola grossa mezzana e mezzanella) suonabili tutte dalla stessa parte e ogni campana è in una luce cioè vista in pianta è compresa tra la stessa coppia di travi (le travi sono parallele tra loro e i ceppi visti in pianta giacciono tutti su un unica linea perpendicolare alle prime). Le varianti però non sono affato poche: è' possibile anche avere due campane diposte "in croce" cioè suonabili da parte opposta, oppure due campane nella stessa luce, oppure bronzi disposti su due o anche tre livelli oppure incredibilmente suonabili da seduti.
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Links e documenti interessanti sul sistema di suono Bolognese
Campane di Bologna - Augusto Bonacini
Campane del Forese di Bologna - Augusto Bonacini
Dell'Attrezzamento e del Suono delle Campane in Emilia - Augusto Bonacini
I Campanili e le Campane di S.Francesco - Giuseppe Rivani
Campane sulla città - Mario Sandri
Bibliografia Campanologica dell'Emilia Romagna
Il campanaro musicista - La tradizione delle campane nell'area bolognese - Claudio Montanari
Documento sull'elettrificazione della diocesi di Bologna
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